Un tempo l’animale umano sudava sette camicie per scolpire un sasso, solo per gridare al mondo: «Ehi, sono esistito anch’io!». Tempi beatamente lenti, in cui la natura ci ricordava a ogni temporale chi fosse il capo e per lasciare un ricordo toccava fare uno sforzo muscolare non indifferente. Poi siamo passati alla pelle di capra e alla cellulosa: i simboli hanno iniziato a muovere le gambe, ma con una certa educazione. Se nessuno li leggeva, restavano lì sul loro foglio a fare la polvere in santissima pace. Oggi i segni si sono rotti le scatole di aspettarci. Licenziata la carta, si autogenerano a rotta di collo in un flusso ininterrotto di pixel e algoritmica logorrea. Risultato? Per la prima volta nella storia passiamo le giornate a interpretare saggi, tweet e risposte scritte da enti che non hanno mai vissuto, provato sentimenti o pagato una tassa. Ed eccoci subito pronti a vestirci da filosofi in crisi esistenziale: «Oh cielo, ma dov’è l’intenzione? Chi è il vero autore? Di chi è la colpa se l’algoritmo spara una fesseria? Dov’è il confine tra la parola viva e il rumore di fondo?». La risposta provocatoria? L’intenzione non c’è, l’autore è un cluster di server in California e la responsabilità la scaricheremo tutti sul software aggiornato male. Il vero dramma moderno non è che le macchine abbiano iniziato a parlare, ma che gli umani abbiano smesso di avere qualcosa di originale da dire.